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DIECI DONNE, DI MARCELA SERRANO

 

 

Abbiamo letto il romanzo dell’autrice cilena

 


Dieci donne. Un unico luogo in cui raccontarsi: lo studio di una psicoterapeuta, Natasha.

Intere vite manifestano il loro intreccio dietro il sipario della vita quotidiana, dove è soltanto la nostra maschera sociale ciò che presentiamo al mondo. Ma se non ci osserviamo l'intreccio diventa una matassa e i dolori diventano traumi che plasmano la nostra psiche. Così ha vissuto ciascuna delle protagoniste di questo libro prima di affidare a Natasha la propria storia di vita. Quella di Manè, attrice decaduta e costretta, ormai in età avanzata, a insegnare recitazione per vivere, mentre lotta incessantemente contro il senso di fallimento e la finitezza della vita che generano inevitabilmente bassa autostima, amplificando quel sentimento di inadeguatezza che tormenta un po' tutte le donne, sia quelle che conducono una vita comune, sia quelle abituate alle lusinghe della ribalta. Quella sensazione di non essere mai all'altezza delle aspettative che la società cuce addosso al nostro genere, stigmatizzando ogni presunta imperfezione come un difetto di "fabbrica". Poi c'è la storia di Guadalupe, detta Lupe, una giovane donna lesbica che durante la sua adolescenza vive senza limiti, desiderosa di abbracciare il suo orientamento senza sottostare a codici morali rigidi e anacronistici. Sempre più consapevole del fatto che questa sua scelta le provocherà una sofferenza più ingombrante rispetto a quella che sovrasta la maggior parte della gente, e che lei dovrà imparare a sopportarne il peso.

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