Alcune notizie su una poetessa dall'identità misteriosa e dibattuta, vissuta in Sicilia

 

Nina Siciliana

Nina Siciliana è una poetessa che visse nel XIII secolo d.C., viene considerata la prima donna a poetare in volgare, e Ugo Foscolo la definì "la nuova Saffo". Ma la sua identità è ancora oggi avvolta nel mistero. Persino il suo nome completo è oggetto di dibattito. È passata alla storia anche come Nina da Messina, Monna Nina, Nina del Dante. Il nome "Nina" potrebbe essere soltanto il diminutivo di "Antonina".

Non abbiamo notizie certe nemmeno sulle sue origini. Secondo Girolamo Renda Ragusa, letterato di Modica, e Leone Allacci, studioso greco (ambedue del XVII sec.), la poetessa era di Messina, mentre il Mongitore sostiene che fosse originaria di Palermo. Entrambe le città hanno dedicato una strada alla poetessa: Via Nina Siciliana a Palermo e Via Nina da Messina a Messina.

Grazie alla passione per la poesia di Costanza d'Altavilla, madre di Federico II di Svevia, Nina conobbe la Scuola Poetica Siciliana rappresentata a Messina da Guido e Oddo delle Colonne, e vi si ispirò per comporre i suoi versi. Nonostante quest'artista sia stata citata dall'Accademia della Crusca, la sua esistenza è stata messa in discussione da alcuni letterati e studiosi, forse perché questi ultimi non erano in possesso di sufficienti dati storici necessari a ricostruire la sua storia e la sua identità. Non è da escludere la loro difficoltà ad accettare che una donna vissuta in un epoca segnata dall'analfabetismo femminile, riuscisse a scrivere magistralmente. Al dibattito letterario parteciparono tra gli altri, Nicolò Tommaseo e Francesco De Sanctis. Fu lo studioso abruzzese Adolfo Borgognoni, amico e biografo di Giosuè Carducci, nonché letterato che a Pavia occupò la cattedra di Ugo Foscolo, a dimostrare l’inesistenza di lei.

«Ed eccovi appunto il reo: la Nina. La si fe’ chiamare e trovò chi la chiamò e seguita ancora a chiamarla (avete udito or ora) la Nina siciliana. Ma non le date retta: è un nome finto, un passaporto falso. Intorno a ciò ogni questione è ormai superflua.»

Queste le parole di Borgognoni, le cui argomentazioni sono state ritenute dai più poco efficaci.

Altri studiosi si sono interessati a questa misteriosa figura: il modenese Alessandro Tassoni, autore del poema La secchia rapita, fece citare il nome di Monna Nina dall’Accademia della Crusca; la Turrisi Colonna, a distanza probabilmente d’oltre cinquecento anni, la citerà nella lirica Alle donne siciliane: Perché l’umil cure e l’ozio indegno / tolgon foco all’ingegno / se qui, di senno e di virtù colonna, / qui preparava Nina, / disdegnando la gonna, / al divino Alighier l’arpa divina? Anche Mariannina Coffa la nomina: nove armonie / chiese all’arpa fanciulla, e addusse al bello / il gentil idioma. -Enzo e Manfredi / soavemente ne temprâr le corde; e Piero e Ciullo, ed Oddo e Guido, e Nina / la baciâr sospirando.

Nina Siciliana conquistò la fama e suscitò anche l'interesse e l’ammirazione del poeta toscano Dante da Maiano, poeta medievale fiorentino, il quale si innamorò della giovane, dedicandole i seguenti versi:

 

La lode e ‘l pregio e ‘l senno e la valenza

ch’aggio sovente audito nominare,

gentil mia donna, di vostra plagenza

m’han fatto coralmente ennamorare,

e miso tutto in vostra conoscenza

di guisa tal, che già considerare

non degno mai che far vostra voglienza:

sì m’ha distretto Amor di voi amare.

 

Nina rispose al suo corteggiamento con un sonetto intitolato “Qual sete voi, sì cara preferenza”, dando inizio a uno scambio epistolare poetico. Questi sonetti, insieme ad altri, sono giunti a noi attraverso la raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani” pubblicata nel 1527 a Firenze, e conosciuta come “Giuntina di Rime Antiche”.

 

Ecco qui di seguito il sonetto con cui la poetessa rispose a Da Maiano:

 

Qual sete voi, si cara proferenza,

Che fate a me senza voi mostrare?

Molto m’agenzeria vostra parvenza,

Perché meo cor podesse dichiarare.

Vostro mandato aggrada a mia intenza;

In gioja mi conteria d’udir nomare

Lo vostro nome, che fa proferenza

D’essere sottoposto a me innorare.

Lo core meo pensare non savria

Nessuna cosa, che sturbasse amanza,

Così affermo, e voglio ognor che sia,

D’ udendovi parlar è voglia mia:

Se vostra penna ha bona consonanza

Col vostro core, ond’ ha tra lor resia?

 

Non abbiamo manoscritti né altre menzioni di Nina in altre opere, ma lo studioso Orlandi le ha attribuito il componimento "Onde si muove, e donde nasce amore", mentre il filologo toscano Francesco Trucchi (XIX secolo d.C.), le ha attribuito il sonetto "Tapina me".

 

TAPINA ME

 

Tapina me che amava uno sparviero, amaval tanto ch’io me ne moria;

a lo richiamo ben m’era maniero, ed unque troppo pascer nol dovia.

Or è montato e salito sì altero, assai più altero che far non solia;

ed è assiso dentro a un verziero, e un’altra donna l’averà in balìa.

Isparvier mio, ch’io t’avea nodrito; sonaglio d’oro ti facea portare,

perché nell’uccellar fossi più ardito. Or sei salito siccome lo mare,

ed hai rotto li geti e sei fuggito, quando eri fermo nel tuo uccellare.

Si tratta probabilmente di un altro sonetto d'amore dedicato a De Maiano, con cui Nina ebbe un rapporto lirico e non carnale.

Il sopracitato citato Borgognoni affermerà anche l’inesistenza di Dante da Maiano e le varie sue tesi saranno ben presto confutate dagli studiosi successivi, come ad esempio Francesco Novati. Paola Malpezzi Price ha posto l'accento su una certa affinità linguistica tra l’unico componimento giunto a noi di una delle trobairitz, Alamanda de Castelnau, e la scrittura di Nina Siciliana. Anche il sentimento di distacco, di un io lirico femminile spaesato, che pervade il sonetto Tapina me, accomuna Nina ad Alamanda.

Il termine trobaritz si riferisce alle trovatrici di Provenza, cantavano e suonavano le prime cantautrici della storia Si tratta di finissime poetesse rimaste a lungo sconosciute, e quali, nei secoli XII e XIII, nel Centro Sud della Francia, cantavano i loro versi scritti in provenzale e li suonavano c’è una ricca fioritura di musica e poesia femminile ad opera delle trovatore o trovatrici. Le artiste del trobar, verbo che vuol dire “scrivere, comporre, poetare”, rimaste sconosciute per secoli, erano delle raffinate poetesse che cantavano e suonavano i loro versi scritti in lingua provenzale, parlata in quasi tutta la Francia a sud della Loira in una vasta area detta Occitania o Provenza, che va dal Mediterraneo all’Atlantico, da Marsiglia a Bordeaux. Le trovatrici, dette in provenzale trobairitz, cantavano accompagnandosi con la viella, lo strumento musicale più diffuso del tempo. Il verbo trobar significa infatti "scrivere, comporre, poetare". Erano artiste itineranti, si spostavano infatti di villaggio in villaggio e di corte in corte, e si guadagnavano da vivere cantando l'amor cortese.

Palermo. Via Nina Siciliana. Foto di Iolanda Carollo


Se Nina realmente visse, è probabile che si sia ispirata ai componimenti delle trovatrici. Infatti, come accadeva per quelli dei trovatori, i loro sonetti avrebbero potuto circolare nelle corti e negli ambienti colti siciliani del tempo. Fino al 1930, la poetessa faceva parte del Pantheon degli Illustri di Sicilia nella chiesa di San Domenico a Palermo, poi fu rimossa per dar spazio a un generale della Prima Guerra Mondiale. Ma nonostante ciò Nina Siciliana rimane una figura fondamentale nella poesia siciliana e nel panorama letterario dell'epoca. Ed è importante ricordarla in primis per lo stesso motivo per cui si devono ricordare le trovatrici: perché le donne di talento, soprattutto le artiste e letterate, sono sempre state estromesse dalla memoria collettiva, e non hanno quasi mai ricevuto adeguati riconoscimenti e la visibilità che si doveva loro. Inoltre non bisogna dimenticare che Nina ha aperto la strada alle poetesse italiane e siciliane del XV e del XVI secolo, poiché è stata la prima donna a esplorare un territorio in cui altre non si erano avventurate: quello della poesia in volgare. Forse la storia della letteratura e più in generale, la storia dell'umanità è piena di queste sconosciute ma preziose personalità che hanno agito un po' più in controluce rispetto ad altri personaggi, ma hanno osato di più. E proprio per questo le loro azioni hanno avuto un forte riverbero nei loro contemporanei, fungendo da esempio, come delle piccole scintille di coraggio che illuminano e guidano le azioni di altri esseri umani, permettendo a questi ultimi di trasformare le scintille in fuoco. Il fuoco del rinnovamento.

 

Francesca Sanfilippo


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